Intervista su Ristretti per l'Unità

 

di Ornella Favero

 

 

 

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Quando è nata e come si è sviluppata l’esperienza di Ristretti Orizzonti?

 

Ristretti Orizzonti, è una rivista realizzata da detenuti e volontari del carcere di Padova, con una seconda redazione nel carcere femminile della Giudecca.

Il giornale è nato nel 1997 (il primo numero però è uscito nel 1998) da un’idea di fondo, anzi due: la prima idea è di fare informazione all’interno del carcere, un luogo dove l’informazione è una delle cose più assenti, ed essere informati significa invece vivere la propria carcerazione in modo diverso, più consapevole, meno passivo; la seconda idea è di non fare un giornale solo per addetti ai lavori e detenuti, ma di parlare all’esterno, cioè creare un minimo di contatto tra chi è dentro e chi sta fuori, anche perché le persone prima o poi escono dalla galera, e il problema di trovare un territorio che non sia ostile è di interesse primario per loro. Ne è un esempio, su uno degli ultimi numeri di Ristretti Orizzonti, un carteggio particolare, dal titolo “Egregio signor ladro”, dove un signore pluriderubato si è rivolto a noi, dopo essere capitato per caso nel nostro sito. Ne è nato uno scambio vivace e interessante di lettere: lui ha scritto questa lettera, ironica e intelligente, “Egregio signor ladro”, gli ha risposto un detenuto che si definisce un “ex ladrone fornito di coscienza”.

L’esperienza di Ristretti è cresciuta in questi anni enormemente: non è più un giornale legato a un carcere, è una realtà ormai nazionale, fra le più vivaci e informate, ma soprattutto capace di affrontare con franchezza anche i temi più spinosi (per esempio, la negazione del sesso e tutti i disastri che porta con sé, abbiamo pubblicato prima una vivace discussione tra le donne del carcere di Venezia e poi abbiamo affrontato il tema dal punto di vista degli uomini detenuti).

 

Quali sono i valori che secondo lei sono in essa presenti?

 

Più che di valori, parlerei del coraggio di fare un giornale aperto, onesto e con forte capacità critica proprio in un luogo che sembrerebbe la negazione di tutto questo, il luogo più chiuso che ci sia, popolato da gente che conosce poco l’onestà e che fa fatica a guardare in modo critico ai propri comportamenti.

Quello che “vale” poi, nel giornale, sono le testimonianze, sobrie, asciutte, sincere quanto più possibile, senza vittimismi, perché solo così, secondo noi, con il linguaggio della sincerità, si riesce, faticosamente, a mettere in contatto due mondi che si guardano con sospetto e diffidenza, quello delle persone che stanno “dentro” con il mondo fuori.

Dal punto di vista giornalistico, il “valore” è fare un’informazione critica, consapevole, non fidandosi mai di un'unica fonte, che in carcere poi significa non accontentarsi dell’informazione da detenuto a detenuto, perché non basta che un evento te lo racconti il tuo compagno di cella, c’è bisogno di una seria verifica. Pur con le difficoltà del carcere, noi cerchiamo allora di mettere insieme delle forme di verifica e di allargare il più possibile il numero delle fonti. Questo si scontra però con il fatto che spesso vedi che l’informazione fuori, quella “ufficiale”, che dovrebbe costituire un buon esempio, è, ahimè, spesso l’esatto contrario.

Abbiamo di recente realizzato un dossier, “Morire di carcere”, dove abbiamo raccolto tutte le informazioni che siamo riusciti a trovare sulle morti in carcere per suicidio o per malasanità, o per cause sospette: è un bel modo per vedere anche come funziona la stampa, perché le notizie sono raccolte dai principali giornali locali e nazionali. Ebbene, ci si accorge subito che, se muore qualcuno in carcere, l’informazione ufficiale ha la notizia dalla direzione del carcere e nella migliore delle ipotesi va a vedere la fedina penale e la storia giudiziaria della persona che si è suicidata. Quindi la persona viene raccontata attraverso quello che dice il carcere da una parte, e dall’altra attraverso la storia dei suoi problemi con la giustizia. Questo è quello che resta di un uomo o di una donna che ha scelto di togliersi la vita in carcere.

La vera sfida dunque, per i giornali come il nostro, è di fare una informazione consapevole e critica, anche quando fuori, dove dovrebbe essere più facile trovare e verificare le notizie,  spesso ti scontri con l’approssimazione e la superficialità. È una battaglia non di poco conto, e noi siamo contenti di essere un giornale dal carcere, ma attento a questi aspetti forse più dei giornali fuori.

 

Quali sono le sfide e i progetti per il futuro? Cioè: in quali direzioni si svilupperà questa attività?

 

La prima sfida è stata realizzare un sito, gestito interamente da detenuti: ora il sito ha più di 7000 pagine ed è il più consultato sul carcere. Aggiornarlo, renderlo più ricco di informazioni è una sfida continua: basti pensare che dalla nostra redazione partono ogni giorno lettere o messaggi (non direttamente, non si può usare Internet) con interviste a magistrati, docenti universitari, operatori penitenziari, associazioni, cooperative, o con richieste di notizie e di contatti con giornali di altre carceri. Un lavoro sfiancante, ma che coinvolge davvero tutti i detenuti e fa crescere le persone.

Ci interessa anche creare delle opportunità lavorative: i detenuti della redazione hanno imparato a impaginare il giornale, fare la grafica, scrivere, raccogliere informazioni, gestire pagine web, ora stiamo sviluppando queste attività anche da un punto di vista professionale.

Da poco abbiamo anche aperto una sede esterna, dove è impegnato un detenuto della redazione. Lavorare per sensibilizzare il territorio per noi è di vitale importanza, così come è importante avere una rete di sostegno fuori, che metta insieme realtà diverse in uno sforzo comune per rompere l’isolamento di chi esce da una esperienza pesante come quella del carcere o della tossicodipendenza. La sede esterna da questo punto di vista sta già diventando un punto di riferimento.

Stiamo anche lavorando per rafforzare la Federazione dei giornali e delle realtà che fanno informazione dal carcere, un’idea che Sergio Segio e Sergio Cusani avevano proposto tempo fa, e alla quale abbiamo dato “gambe” per camminare in quest’ultimo anno: anche perché le voci dal carcere, per contare, devono trovare un modo di mettersi insieme e di farsi sentire di più.

 

Altro che le stia a cuore sottolineare o far sapere ai nostri lettori.

 

Mi sta a cuore far capire la fatica di fare un giornale dal carcere. Il problema principale è forse l’autocensura, non la censura. Il fatto è che i detenuti vivono in una condizione di dipendenza totale dall’istituzione, dal magistrato di sorveglianza,  dai vari operatori, e quindi è difficile pensare che possano parlare “liberamente” dei loro problemi: un esempio è il fatto che ho “proibito” tutti i ringraziamenti, perché i primi tempi i miei redattori scrivevano articoli dove ringraziavano tutti, dal direttore all’educatore all’assistente sociale, per qualsiasi cosa. La fatica è quindi di arrivare a far capire che la sincerità paga quasi sempre, e che quando si sentono in un articolo toni di sincerità (e si sentono) si apprezza molto di più la persona e quello che scrive.

Mi sta a cuore anche dire che un giornale dal carcere è una sfida continua per riuscire a informare in modo efficace e approfondito da un luogo, che è la negazione dell’informazione e della trasparenza.