Commenti alla newsletter di Marzo

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Davvero grazie, ho scaricato il file per riflettere con amici


Antonella

 

Carissimo padre Bruno,

condivido la sua idea. C'è però una constatazione da fare: non ci sono le strutture (o non vengono utilizzate) per riabilitare chi delinque e non ce n'è la capacità, per mancanza di organizzazione. Mi pare che allo stato attuale o si stà in carcere o si viene liberati senza alcun percorso. La riabilitazione per il momento non esiste. Bisognerebbe organizzarsi in tal senso. 

Andrea

 

Caro Padre Bruno,

sono d'accordo su quanto lei espone, lungi da un facile buonismo. Ritengo anche che la cosa più importante, per chi commette reati, deve essere la certezza della pena soprattutto se questa ha funzione rieducativa.

Cordiali saluti. 

Gaetano La stilla

 

Egregio Padre Bruno,

ho letto ed apprezzato la lettera,e sono convinto come lei, che la soluzione  propettata e' la migliore; la parte finale pero'mi fa sorgere seri dubbi sul come raggiungere il fine senza i mezzi necessari.

In questo particolare momento,in prossimita' delle elezioni,non uno,dico uno dei candidati,ha fatto cenno ai problemi da letti prospettati,se non marginalmente e senza dati fondati.

La saluto cordialmente  

Dott. Arturo Boursier

 

Carissimo padre Bruno,

Pace e bene!

Ho letto le newsletter e se le fa piacere, le dico molto volentieri come la penso.

Io credo che il guaio quando è bell'e fatto c'è ben poco da fare, o meglio, solo Dio può mutare il cuore di un essere umano.

Io credo fermamente che il problema stà nel fatto che soprattutto i giovani d'oggi come gli adulti non comprendano appieno quanto sia devastante per se stessi e per i loro cari come per i cari delle vittime, tutto ciò che viene considerato crimine, sia per l'anima come per il corpo e per lo stato civile dell'essere. Se un giovane cresce in una socetà che gli permette di fare tutto e il piu delle volte gli permette pure di farla franca, come si puo sperare che da adulto cambi il suo modo di vivere, di pensare, di essere!!!

Da piccola, la buon'anima di papà, mi diceva sempre che "il legno si piega solo quando è verde" ed è vero!

Un essere umano si rende conto nel vero e proprio senso della parola criminalità, solo quando viene a contatto con questa realtà, quando non può piu tirarsi indietro, ma se lo si prende per "mano", lo si porta a conoscenza delle conseguenze del criminalità, sono sicura che si redimerebbe. Io la chiamo "terapia d'urto"ed è un pò quella che si adotta anche negli USA.

Quando lavoravo come babysitter mi ricordo che la cosa piu difficile da trasmettere ai bambini o ai ragazzi era proprio il senso del pericolo.

Per esmpio, i bambini per istinto vanno prorio a curiosare lì dove si possono far male, tipo vole toccare un forno acceso, e se uno gli dice semplicemente"non si tocca perchè ti scotti"lui non capisce, ma se gli si "tiene la manina" e lo si accosta pian piano al vetro del forno, lui avverte la sensazione di calore e capisce che piu si avvicina, piu si farà male e così si sviluppa quello che si definisce"intuito", ossia, percepire cose che in altromodo sarebbero incomprensibili.

E'chiaro che tra il dire e il fare non è cosa facile, ma una delle soluzioni sia per i giovani che per gli adulti da adottare sarebbe il senso civilistico, come per esempio metterli a far fare obbligatoriamente volontariato negli obitori o negli ospedali o nei cimiteri!

Non si puo aspettare la manna che scende dal celo!

Si deve pur fare qualcosa e la socetà deve intervenire il prima possibile perchè la criminalità stà facendo passi da gigante.

Se si pensa che fino e 10 anni fa la droga la spacciavano solo i delinquenti, oggi basta andare in un istituto o in una discoteca, cercare un giovane e chiederla e o gliela venderà lui stesso o gli dirà a quale ragazzo rivolgersi e quasto è il top dei top!!!

Anni fa lo scippo lo faceva il delinquente, oggi basta avere le idee chiare, un mezzo e 2 disposti a farlo e il gioco è fatto...

Se si continua così, la fine che si farà e quella del bronks, dove c'è il coprifuoco e chi si addentra dopo una certa ora, rischia di non uscirne piu vivo.

Io sono stata qualche anno volontaria della CRI e specialmente il sabato e la domenica sera era un ecatombe di giovani che si sfracellavano sull'asfalto distruggendo se stessi e gente innocente, e quella realtà mi ha colpita tantissimo e dentro di me si è smosso il sonno apatico ossia, la coscienza delle conseguenze del voler correre in auto o in moto e se un tempo schiacciavo piu spesso l'acceleratore, oggi consumo a piu non possso i freni!

E se l'ho compreso io che ho una testa bella dura, son sicura che anche un giovane o un adulto puo capirlo prima che sia troppo tardi!

Ecco, questo è ciò che penso io. Spero di esserle stata utile.

 Un abbraccio. 

Immacolata Riccio

Carissimo Padre Bruno,

riscontro la Sua mail e, condividendone i contenuti, Le invio il documento elaborato dalla nostra associazione sui programmi elettorali. Buon Lavoro.

Avv. Riccardo Polidoro – Ass. Carcere possibile

 

Don Bruno, sono dalla tua parte.

Credo fermamente che solo con la rieducazione, la riabilitazione ed il perdono si ottenga molto di più che con la punizione, o costrizione in un carcere spesso inospitale; in più per l'ozio forzato che spesso ne deriva e che porta la persona a riflessioni negative per il mondo circostante in cui si trova a vivere.

La punizione è sempre dolorosa, occorre far capire l'errore fatto con mezzi convincenti e non repressivi.

Chi commette reati è spesso l'ignoranza o la deficiente educazione ricevuta.
Occorre supplire a questa mancanza di crescita civile.
Questo mi sembra quanto mai necessario, in particolar modo per i giovani; occorre dar loro non solo una educazione civile, ma soprattutto una educazione morale, che non hanno spesso avuto modo di recepire a sufficienza, essendo vissuti in ambienti degradati e la cui legge è stata solo la  così detta "furberia" o astuzia per ogni genere di truffa.

Ma anche per i reati più gravi, riterrei molto utile farli lavorare anziché tenerli oziosi in luogo tetro per natura.

Se non sono pericolosi per sé e per il prossimo, stare insieme con persone che sanno affrontano ogni giorno

le fatica ed il lavoro con serenità ed impegno, molte volte è sufficiente e convincente per far cambiare strada. Sappiamo bene quanto l'esempio, sia buono che cattivo, ci trascina,
allora perché fargli vivere in continuazione solo con persone di cattivo esempio?

Il discorso si fa lungo, ed io non sono la persona meno adatta per portarlo avanti,
ma so bene che tu hai capito ciò che non so esprimere in modo chiaro e persuasivo.

Io ho tentato lo stesso.

Ti saluto, e soprattutto ti ringrazio per la tua vicinanza a questi nostri fratelli 
che sono caduti, ma che possono rialzarsi.

La sola cosa che posso umilmente fare è pregare ogni giorno per loro

e per tutte le persone come te, che si dedicano a questo nobile e faticoso impegno. 

Un abbraccio nel Signore che ci è sempre vicino
ma che è venuto specialmente per i "malati" e per i "piccoli". 

Vittorugo

 

Credo che sia una riflessione giusta, e che davvero sia necessaria una metanoia nella prassi.

 

Paola Mancinelli

 

 

carissimo, ho letto la tua lettera.
perchè c'è la stessa procedura per
chi ruba una gallina e chi ruba l'intera banca?
ho amici zingari che
ogni tanto.........vanno in "collegio". una donna di queste era agli
arresti domiciliari nelmio paese e gli avevano proposto di trovarsi un
posto di lavoro che avrebbe avuto possibilità di essere libera. ci ha
provato a cercarlo, ma nessuno glielo ha dato.
ho l'impressione che i
carcerati siano un numero più che delle persone.
è vero che a volte
anche con tutta la riabilitazione non ne escono migliori!
è pur vero
che quando si vedono i nostri politici che percepiscono fior di euro
per un servizio che dovrebbe essere comunitario e si scannano per i
posti al senato e alla camera e poi non sono in grado di
governare................. bè, cambierei i posti "a sedere" con quelli
di alcuni carcerati, ma senza nessuna attenuante.
nella rosa dei
candidati alle votazioni non ce ne è uno, dico uno, che mi dà fiducia.
troppa corsa al potere, troppa......
ciao e grazie.

Maria Riccarda

 

Gentile Padre Bruno,

 

nel buddhismo, che da un poco di tempo ormai pratico e frequento, esiste una cosa che si chiama karma. E' la legge di causa-effetto.

Significa che qualunque cosa avvenga ha delle cause.

Se dunque un uomo ruba è probabile che  non sia stato messo nelle condizioni ottimali per guadagnare diversamente il suo pane.

Se commette azioni sconclusionate per soddisfare un suo bisogno di affermazione probabilmente è stato umiliato, se non conosce il buon funzionamento della realtà probabilmente non gli è stato trasmesso, e così via.

Poiché siamo interdipendenti l'azione di uno è conseguenza di un'altra azione o inazione perlomeno ANCHE di altri, poiché tutti siamo interdipendenti.

Chi o cosa è dunque che andarebbe punito o perdonato? L'effetto o le sue cause?

Sono stata cristiana ed anche se non ricordo in quale testo o enciclica so che esiste un concetto chiamato più o meno "condivisione della colpa".

Nel cristianesimo purtroppo si chiama colpa, nel buddhismo non esiste la colpa.

Mi sono allontanata perché sinceramente stufa ed esasperata di sentir sentenziare chi sia vero cristiano e chi non lo sia in base all'abitudine di condannare il prossimo e ritenere se stessi dei santi.

I crimini che non ho commesso non li ho commessi perché non mi sono trovata nelle condizioni; chiunque se si fosse trovato nelle medesime condizioni li avrebbe commessi.

Le buone condizioni non sono io che le ho poste e quando si sono verificate non sono state mio merito.

Ho trovato che non fosse chiaro ai cristiani che osservare i comandamenti non significhi solo non infrangerli ma più che altro lavorare per fare in modo che nessuno si trovi nelle condizioni che portano ad infrangerli, e nel far questo a nulla serve enunciare ed affermare "non fare" (comandamenti) o peggio lavorare sulla coercizione.

E' illogico chiedere di non rubare senza condividere il pane ed allo stesso tempo una volta condiviso il pane non ci sarebbe più la necessità di pronunciare le parole "non rubare".

Sarebbe così bello se il cristianesimo ricominciasse a raccontare e rispiegare queste cose.

Essere noi umili e non chiedere all'altro di esserlo innanzi a noi, non trattenere benefici e non chiedere all'altro di non portarceli via.

Non è così che dovrebbe essere?

 

Provi a trovare quel testo che parla della condivisione della colpa. Non so se si trovi nella dottrina sociale o altrove, mi pare in una enclica. Sta di fatto che da molto lo ricerco ed io stessa non riesco a ritrovarlo. Mi farebbe piacere rileggerlo.

 

Un sorriso ed un pensiero per tutti i carcerati di Poggioreale: in realtà molti di noi vivono carcerati, ahimé, anche qui fuori, anche se non è di certo esattamente la stessa cosa. Facciamoci coraggio.

 

patrizia

Grazie per il tuo messaggio e per la bella ed interessante lettera, che condividiamo pienamente.

Ancora auguri

Paola Cerami e Benno Scharf

Napoli, 5 aprile 2008

Caro Don Bruno,

    senza alcuna pretesa di poter portare nuovi argomenti o poter giudicare quale giustizia sia più adeguata a dare risposte alle esigenze di sicurezza e allo spirito cristiano, riflettevamo su qualcosa che probabilmente sarà stata già ampiamente discussa, ma di cui non abbiamo notizia: una giustizia meno fondata sulle Leggi e più attenta all'uomo. Non si può, a nostro avviso, applicare la stessa pena solo perchè i reati sono simili: bisognerebbe tener conto di tutte le circostanze, attenuanti o aggravanti che siano, per poter far pendere il giudizio verso la repressione o il recupero. Oggi sembra quasi che si segua la moda... O tutti fuori o tutti dentro. O tutti vittime, o tutti carnefici. Ma non è accettabile, civilmente, moralmente, umanamente. La vera Giustizia richiede che innanzitutto siano tutelati i più deboli... Non è accettabile, in presenza di un alto rischio di recidività, mettere a rischio la vita di persone innocenti per cercare il recupero ad ogni costo, ma quando c'è la certezza che, con un atto di clemenza non si mettano in pericolo altre persone, sarebbe bene che quest' atto di clemenza venisse adottato: il perdono è alla base della convivenza civile, è il cemento della famiglia e uno dei fondamenti (se non IL) della nostra fede. E' solo un'opinione: ma sicuramente altri, più qualificati e preparati di noi avranno già affrontato questo tema.

    Un fraterno abbraccio dai suoi Bruno e Marina.

Caro don Bruno, ho letto e condivido. La ringrazio per il lavoro che sta facendo non solo dentro il carcere, ma anche al di fuori, dove c’è bisogno di maturare atteggiamenti diversi. Sono un compagno di università d Federico Stella, illustre penalista morto di recente, che ha scritto il bel libro La giustizia e le ingiustizie, Il Mulino, Bologna 2006. Lo spirito leghista che si diffonde nell’aria che si respira a Brescia ha bisogno di Fides et Ratio. Purtroppo l’ideologia della sicurezza innalza muri: cui resistite, fortes in fide! Auguri.  

Luciano Corradini

 

Carissimo Padre Bruno,

io sono una napoletana verace, ossia DOC e sono orgogliosa d'esserlo.

Ho 39 anni e sono sposata solo da 9 mesi, non ho ancora bambini anche se li desidero tanto.

Da circa 3 anni mi sono trasferita nel freddo e triste nordest, precisamente siamo a Treviso e per quanto facciano finta di non esserlo, qui la maggior parte delle persone sono prevenute e razziste specialmente nei confronti dei meridionali.

Nonostante ho una carretta di esperienza sulle spalle, ancoro non ho trovato un lavoro a tempo indeterminato e dubito che lo troverò mai.

Quello che mi manca qui come il pane è la preghiera viva che si fa al meridione.

E'vero che li ci sono tanti problemi,ma la solarità e la solidarietà di quella gente, io l'ho vista solo sui volti e nei cuori dei poveri in brasile.

Li ho fatto molto volontariato, cosa che qui non sanno neanche di pasta sia fatta. Si limitano a fornire abiti o cibo agli extracomunitari, ma per i disperati, senza lavoro o con crisi esistenziali ci sono solo pochissime mani tese...

Qui i quotidiani nel weekend sono dei bollettini di guerra: le strade dovrebbero essere tinte di rosso scarlatto per le morti di migliaia e migliaia di persone che ci restano vittime o carnefici.

I giovani vivono allo sbando, nelle piazze, ad ubriacarsi fino all'alba, a drogarsi mentre hanno la bocca che gli profuma ancora di latte, per non parlare delle ragazzine che ancora bambine hanno già le loro prime esperienze sessuali.

Io non sono in grado di cambiare neanche una virgola di tutto ciò, sono come una canna nel deserto, agitata dal vento, ma che non tace neanche quando rischia di essere messa al bando solo perchè di origini meridionali. Faccio quello che posso quando posso, ma il mio lavoro è inutile se non c'è chi lo porta avanti...

Qui le persone disintegrano la propria anima proprio perchè non hanno coscienza delle conseguenze di un gesto che potrebbe essere fatale. Ecco perchè le dicevo nella precedente lettera che tutti gli "sbandati"dovrebbero fare "terapie d'urto"per svegliarli dal loro torpore, per fargli entrare in testa che il dolore è una lama che distrugge chi lo impugna e chi lo si affonda...

Se si previene il torto, si può fare qualcosa, ma quando uno cresce e vive nel concetto che tutto è lecito, per quella persona solo Dio può fare il miracolo delle grazia di trasformarlo e risanarlo prima che sia troppo tardi per se stesso e per chi si troverà sulla sua strada lungo il cammino della sua vita...

Mi perdoni se sono così puntualizzante, ma a volte si rischia di trasmettere una cosa per un altra se non si è chiari. 

La ringrazio per la sua attenzione e per aver letto le mie lettere e confido nella sua preghiera.

Le auguro un Santo lavoro nella vigna del Signore. 

Immacolata*

 

Caro don Bruno,

ho letto come sempre con molta attenzione la tua newsletter su "Giustizia tra vendetta e perdono". Mi è piaciuta moltissimo, tant'è che avrei voluto scriverla io. Peraltro mi hai riportato indietro ai miei studi universitari di legge quando già allora - circa 50 anni fa - si discuteva sui testi della giustizia punitiva e la giustizia riabilitativa. E già allora io propendevo per quest'ultima che condivido ancora e sempre, perché sono propfondamente convinto che il carcere non è affatto l'unica soluzione al problema. Il professore di diritto penale e la stragrande maggioranza dei miei colleghi di studi (na-poletani) propendevano per la giusirzia retributiva e la cosa mi dispiaceva moltissimo, perché mi facevamo sentire uno che non aveva capito niente. E invece, a distanza di tanti anni... Tuttavia mi ricordo che agli esami il prof. mi dette,,, trenta. 

Complimenti e "ad maiora" per le tue battaglia che alla fine, non c'è dubbio, trionferanno. Beninteso per la soddisfazione tua e dei tuoi amici che ti stan-no seguendo con la mente,con il cuore e qualcuno, come me, anche con la preghiera.

Colgo questa nuova occasione per ricordarti che il mio nuovo indirizzo di posta elettronica è oloap3@alice.it e non più pan3@libero.it che ti prego cortesemente di cancellare dalla tua rubrica.

Un carissimo saluto, Paolo Panetta                

 

Caro don Bruno, grazie per le tue parole che costituiscono un utile momento di riflessione, peccato tu sia così lontano altrimenti ti avrei coinvolto nei progetto che sto portando avanti a Milano.
Un caro saluto e a presto


Sofia Muccio.

caro don Bruno, anche se non ci conosciamo fa molto piacere incontrare pareri e preoccupazioni sul fronte "carcere" a cui anch'io come volontario mi dedico da molti anni. Quindi grazie della tua riflessione che è stato oggetto di alcune considerazioni con alcuni volontari del carcere di Bergamo.
Sostanzialmente conveniamo con quello che tu scrivi, in più trascriviamo le seguenti provocazioni:
1. non conviene amplificare più di tanto il bisogno di sicurezza, diventato sgangherato slogan elettoralistico e cavallo di battaglia di alcune forze politiche.
2. gli autori illuminati da Cesare Beccaria in poi, non il saggismo epidermico e suggestionabile, si guardano bene dal considerare "vera" giustizia la cosiddetta "retributiva", cioè punitiva con dell'altra violenza (forme di "tortura" delle forze dell'ordine, carcere "unica" pena, negazione di tutte le libertà, disuguaglianza e non ammissione agli istituti alternativi degli immigrati, affollamento dei carceri)
3. il discorso della "pena riabilitativa" va sicuramente ripreso (significato del riscatto, ritorno alla "normalità", rientro nella famiglia che deve sopportare tutto, serietà e dubbi sui percorsi delle comunità terapeutiche, risarcimento delle vittime, perdono obbligato o distolto)
4. fare molto riguardo alle buone intenzioni e alle esperienze positive, dare spazio a ricercatori universitari dentro le nostre carceri
5. prevenire (altra parola chiave!), quale?
   - i "ritardi" dei processi (giustizia certa)è il più grave insulto alla giustizia! Va bene ovviamente ai "potenti" che pagano fior di avvocati per questo.
   - riforma del codice penale dando spazio alla alternativa al carcere. Intanto depennare il reato della clandestinità,rivedere la legge Bossi Fini sull'immigrazione, come pure la legge Cirielli, legge sulla droga Giovanardi Fini, dare nuovo vigore alla legge Gozzini.
   - l'alta recidività indica qualcosa che non c'è fuori.
   - analizzare le conflittualità famigliari, la concezione della droga/alcol (abuso prima ancora di dipendenza) come rimedio al disagio.
   - serio ostacolo che la società frappone ai giovani ( abbandono scolastico, scuola parcheggio, lavoro rimandato e insicuro, il diseducante "tutto confezionato", la violenza mezzo di comunicazione di massa, gli scarsi spazi di espressione culturale e di dibattito partecipativo dei giovani alla cosa pubblica.
Grati per averci ascoltati con fraternità,
gli assistenti volontari Siro Ferrari e Suor Irma Pagani   

 

Caro Padre Bruno,la sicurezza è un bene fondamentale.Su di esso occorre riflettere,ma nell'ambito dei nostri principii costituzionali.Nei confronti della marginalità sociale,quindi,deve essere realizzato l'impegno di un progetto che favorisca inclusione,anche per chi è entrato nel circuito penale.Ritengo che sia possibile coniugare la difesa della legalità con i principii dell'accoglienza e della solidarietà.Elevare la qualità delle politiche per la sicurezza significa non vedere nel carcere l'unica soluzione possibile;,significa considerare le risorse necessarie per i percorsi di reinserimento sociale,un investimento produttivo,in quanto finalizzato a scongiurare la reiterazione dei reati,e quindi un investimento per il benessere della collettività.Non è poi concepibile,l'idea di certezza della pena,nel senso della sua immodificabilità.Va tenuto fermo il principio ispiratore dell'ordinamento penitenziario per cui durata e modalità di esecuzione,nel tempo,vanno modulati sul percorso di reinserimento,in linea con 'art.27 della nostra Costituzione. Sono quindi sostanzialmente d'accordo con lei,anche se ritengo che il concetto di perdono appartenga alle coscienze individuali e non allo Stato.Un carissimo saluto, 

Raffaella Durano. 

 

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